La Metodologia

La Metodologia che ci si propone, in armonia con le Indicazioni Nazionali per il Curricolo, fa riferimento alle più recenti ricerche in campo pedagogico e didattico, la cui vocazione è totalmente “process oriented”: le necessità organizzative e la priorità attribuita al possesso di una quantità di competenze molto estesa, rappresentano le due forti imposizioni dell’attuale sistema socio-economico. Esse richiedono che le metodiche didattiche siano in grado di fornire delle strumentalità e dei linguaggi, prima ancora che dei contenuti, che siano capaci di gestire flussi di informazioni profuse da più parti, ridondanti e in continua modulazione. La necessità di governare l’evolvere inesorabile delle conoscenze, richiede attenzione oltre che alle competenze, alle strategie sottese al raggiungimento di tali competenze, ossia ai “processi”, consapevoli che «L’arte suprema dell’insegnamento consiste nel convincere senza costringere».

I perni della metodologia sono riconducibili a due diverse pratiche: l’apprendimento significativo e la didattica metacognitiva, supportate da un approccio di facilitazione dell’apprendimento.

Un individuo apprende in modo significativo quando costituisce ed etichetta consapevolmente determinate immagini mentali e sceglie il modo di organizzarle. Un significato non è altro che un insieme di relazioni con altri concetti preesistenti. Ogni bambino possiede dei significati e dei concetti propri dai quali si dovrà partire per far sì che egli ne costruisca altri, aiutandolo ad adattarli a nuove esigenze ed evidenze.
La nozione di apprendimento significativo è contrapposta a quello di apprendimento meccanico. Per imparare in modo significativo, gli individui devono poter collegare la nuova informazione a concetti e proposizioni rilevanti già posseduti. La conoscenza avviene mediante elaborazione del significato: l’allievo attribuisce al materiale di apprendimento un significato psicologico, cioè suo personale. Nell’apprendimento meccanico, invece, il contenuto è già definito nel suo significato e l’allievo deve solamente imprimerselo nella mente.
L’apprendimento significativo stimola le capacità autocritiche, incoraggiando il bambino verso uno sforzo attivo nell’accostare il materiale, nel considerarlo da diversi punti di vista, nel conciliarlo o nell’integrarlo con i dati attinenti o contrastanti e nel riformularlo dal punto di vista dei propri riferimenti personali.

L’approccio didattico metacognitivo è senza dubbio lo sviluppo recente più interessante e utile tra quelli originati nell’ambito della psicologia cognitiva e viene applicato attualmente con risultati positivi sia a livello della metodologia didattica rivolta alla generalità degli alunni, sia negli interventi di recupero e sostegno di quelli con difficoltà d’apprendimento.
Metacognizione vuol dire “riflessione sui processi mentali”, ovvero la consapevolezza di possedere facoltà cognitive (memoria, attenzione, intelligenza, intuito, ecc.) e la capacità di controllo e tutela di queste. Essa appare verso i 15-16 anni e coincide virtualmente con la fine dell’apprendimento guidato, di tipo educativo, e con l’inizio di scelte autonome, che sorgono a seguito delle prime riflessioni sul proprio sé pensante.
Molti studi hanno evidenziato con chiarezza come bambini, anche in età scolare, siano capaci di operare riflessioni circa il funzionamento della propria attività cognitiva e sugli eventi mentali più in generale. Così essi, crescendo, maturano una propria “Teoria della Mente” e una propria sensibilità metacognitiva. Il fatto che età cronologica, sviluppo intellettivo generale e sviluppo metacognitivo siano fortemente connessi costituisce una prima prova intuitiva della rilevanza della metacognizione e pone il problema della relazione esistente fra questi aspetti.
L’obiettivo della didattica metacognitiva è quello di offrire agli alunni l’opportunità di imparare ad interpretare, organizzare e strutturare le informazioni ricevute dall’ambiente e di riflettere su questi processi per divenire sempre più autonomi nell’affrontare situazioni nuove. Essa si prefigge di superare l’atomismo delle singole nozioni, propone l’ordinamento e l’integrazione delle conoscenze parziali e specifiche all’interno di una struttura di livello superiore, formata da idee organizzatrici generali. Più che i singoli contenuti, dunque, ha importanza l’acquisizione di abilità e capacità intellettuali operative: per l’allievo è importante soprattutto “imparare ad imparare”, maturando la consapevolezza di essere in una situazione di apprendimento. “Imparare ad imparare” significa riconoscere ed in seguito applicare consapevolmente adeguati comportamenti, strategie, abitudini utili ad un più economico ed efficace processo di apprendimento, sviluppando delle abilità di controllo e di potenziamento delle performance cognitive, e più in generale delle abilità di interazione con il mondo che ci circonda e con il nostro microcosmo biopsichico.

Usare tecniche metacognitive vuol dire adottare intese collaborative finalizzate alla proposta ed allo sviluppo di un insieme di abilità trasversali che hanno a loro volta una positiva ricaduta nell’intero processo evolutivo di ogni discente. L’approccio metacognitivo riserva infatti un ruolo fondamentale all’insegnante: quello di modello e consigliere, partecipe agevolatore di processi e apprendimenti, “facilitatore” di cambiamenti strutturali nei discenti.
Nella definizione di base il Facilitatore è un “Consulente di Processo” con alta competenza relazionale che accompagna il gruppo a perseguire i risultati progettati. Egli sovrintende ai fattori interpersonali e organizzativi, emotivi e di apprendimento. Il facilitatore é in grado di promuovere un clima vitale e costruttivo, garantisce forme di comunicazione partecipata (rete circolare) e la sua azione è orientata alla crescita dei potenziali dei singoli all’interno degli obiettivi del gruppo.
In generale il Facilitatore:

• È un organizzatore/Coordinatore delle risorse tecnico-manageriali (catalizzatore);
• È un traduttore di linguaggi, sostenitore della persona e del gruppo (mediatore);
• Ha specifiche capacità di accoglienza delle emozioni, è un accompagnatore di nuovi comportamenti e atteggiamenti (agente d’aiuto);
• Crea il giusto clima per la conoscenza, nell’action learning, nei gruppi speciali e di progetto (motivatore).

Nello specifico l’Insegnante Facilitatore:

Favorisce l’autonoma assunzione di strategie, attribuendo al discente un margine sempre maggiore di responsabilità (fading);
Stimola la riflessione sulle differenti strategie (reflecting);
Lascia scoprire il proprio personale stile di approccio, incoraggiando l’apprendimento reciproco (exploration).

In armonia con quanto riportato l’Insegnante Facilitatore promuoverà la soluzione dei problemi attraverso il processo scientifico di risoluzione in sei fasi proposto dal famoso pedagogo John Dewey e rielaborato da Thomas Gordon. Un processo, in quanto tale, non fornisce una soluzione immediata, bensì presuppone una serie di interazioni, di aggiustamenti reciproci. Definito il contesto d’intervento, esso si compone di sei fasi successive e distinte:

1. Individuare il problema;
2. Proporre le possibili soluzioni;
3. Valutare le varie soluzioni;
4. Individuare la soluzione migliore;
5. Stabilire in che modo attuare la soluzione prescelta;
6. Accertarsi che la soluzione prescelta abbia effettivamente risolto il problema.

Questo “metodo scientifico”, oltreché esser utile per risolvere generici problemi, trova ulteriore applicazione per la risoluzione dei problemi nei conflitti tra individui o gruppi.

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